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Lavorare d’estate

Produttività, ritmi e benessere.

Tempo di lettura: 3 min. circa

Care lettrici e cari lettori, sono contenta di ritrovarvi su Labor.

L’estate è ormai entrata nel vivo e come ogni anno porta con sé
una particolare sensazione che chi lavora conosce bene:
in generale, e in alcuni settori in particolare, il mondo intorno rallenta,
ma la lista delle cose da fare non sempre segue lo stesso ritmo.
Le città si svuotano, i team si assottigliano, eppure il lavoro continua, con più caldo e meno risorse.

È proprio questo il paradosso dell’estate in azienda: un periodo
che invita naturalmente al rallentamento, ma che per molte realtà coincide con scadenze, chiusure da gestire e una riorganizzazione interna tutt’altro che semplice.

Quando cambia il contesto, cambia anche il lavoro.

Lavorare in estate non è uguale a lavorare in qualsiasi altro momento dell’anno (perlomeno in Italia e in settori specifici). Le alte temperature incidono sulla concentrazione, la prospettiva delle ferie distrae, i team ridotti cambiano le dinamiche operative e chi rimane in ufficio si trova spesso a coprire ruoli e responsabilità che normalmente appartengono ad altri, soprattutto nelle realtà più piccole. Tutto questo ha un peso reale sulla qualità del lavoro prodotto e sull’energia di chi lo produce ed è fisiologico che sia così. Nella maggior parte delle aziende l’estate viene gestita come un periodo ordinario con qualche persona in meno. Senza ripensare i ritmi, adattare le aspettative o chiedersi se gli obiettivi fissati a gennaio reggano ancora ad agosto.
È una dinamica che osservo con regolarità: si cerca di tenere il ritmo dell’anno intero anche nei mesi in cui tutto invita a una cadenza diversa.
Quasi sempre, ciò che si ottiene sono meno risultati, più fatica e qualche tensione di troppo.

Produttività non significa intensità.

Una delle convinzioni più radicate nella cultura aziendale è che produttività e intensità siano la stessa cosa. Più ore, più riunioni, più output:
questa equazione funziona in molti contesti, ma in estate mostra i suoi limiti. Chi lavora sotto pressione con meno energie e meno supporto tende
a produrre meno e soprattutto a farlo con minore qualità e maggiore frustrazione. Ho osservato molte volte come le realtà che sanno adattarsi ai ritmi estivi, incrementando il lavoro da remoto per ridurre gli spostamenti, alleggerendo le operazioni non essenziali, distribuendo meglio i carichi,
ottengano risultati migliori di quelle che cercano di mantenere il passo di tutto il resto dell’anno.
Rallentare consapevolmente, nella maggior parte dei casi, si dimostra una scelta organizzativa intelligente.

Il benessere non è un optional.

C’è un aspetto che vale la pena nominare e riguarda chi lavora durante i mesi in cui altri sono in ferie: essere presenti quando il team è ridotto può generare un senso di carico sproporzionato o di sacrificio non sufficientemente riconosciuto. Le imprese che riescono a gestire bene questo periodo sono quelle che mantengono una comunicazione chiara, distribuiscono i carichi in modo equo e riconoscono esplicitamente lo sforzo di chi garantisce
la continuità operativa.

Prima di settembre.

Luglio e agosto sono mesi che molte imprese attraversano in attesa di settembre. Ma è proprio in questi mesi che si costruisce qualcosa di importante.
Un team che attraversa l’estate con serenità arriva all’autunno con più energia. Per molte imprese, questo è il momento in cui si gioca
davvero la ripresa.
Prendersi cura dei propri collaboratori quando le condizioni sono più difficili dice molto su come un’azienda funziona tutto il resto dell’anno.

E voi, come state vivendo il periodo estivo dal punto di vista lavorativo? Scrivetemi.

A presto,
Stefania

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