Labor.
Il tuo lavoro è anche il mio.
I titoli non bastano più.
L’approccio skills-first nelle assunzioni.
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Care lettrici e cari lettori di Labor, è un piacere ritrovarvi qui.
Qualche mese fa, in questo mio articolo abbiamo parlato della difficoltà di trovare e trattenere i talenti in azienda. Oggi, invece voglio parlarvi di un nuovo modo di fare selezione.
Sempre più aziende, negli ultimi tempi, stanno iniziando a mettere in discussione il titolo di studio come unico filtro principale del processo di recruiting. Si tratta di un approccio chiamato skills-first, in base al quale ci si focalizza soprattutto sulle competenze delle persone. Nelle prossime righe, proveremo a capire cosa significa adottare questo approccio, come questo cambiamento sta ridisegnando il processo di selezione e quali vantaggi può portare alle imprese.
Siamo quello che studiamo o quello che sappiamo fare?
Il Sole 24 Ore, in un articolo, fotografa bene questa nuova tendenza: all’inizio del 2024 il 52% degli annunci pubblicati sulla piattaforma Indeed non richiedeva alcun titolo di studio. Inoltre, la percentuale di offerte che prevedevano come requisito minimo la laurea, è scesa dal 20,4% al 17,8% in cinque anni. Credo che le ragioni di questo calo, siano almeno tre.
La prima è la velocità con cui cambiano i mestieri. Per via dello sviluppo tecnologico, nascono continuamente nuovi ruoli e non sempre esistono percorsi di studio immediatamente allineati.
La seconda ragione, a parer mio, è legata alla crescente consapevolezza che “saper fare” a volte conta più di “aver studiato” (anche se la sinergia tra le due cose è sempre il punto d’incontro migliore). La maggior parte delle competenze trasversali, relazioni, e spesso anche digitali, si costruiscono sul campo, non si imparano sempre sui banchi di scuola o nelle aule universitarie.
L’ultima ragione invece riguarda l’inclusività. Perché evitare di limitarsi ai soli titoli significa ampliare l’accesso alle opportunità che offre l’azienda e attingere a un bacino di talenti più ampio e variegato. Significa dare spazio a chi non ha potuto intraprendere un percorso tradizionale o semplicemente ha scelto un percorso diverso.
In un mercato in movimento, anche i requisiti selettivi si muovono con lui.
Oggi, quindi, il famoso “pezzo di carta”, da solo, non basta più. Perché il mercato del lavoro è cambiato più velocemente dei programmi ministeriali e le aziende si sono rese conto che ciò che davvero fa la differenza non è che cosa hai studiato, ma che cosa sai fare, anche solo potenzialmente, come ti muovi nelle situazioni reali e quale contributo sei in grado di portare all’interno dell’impresa.
Attenzione, però, ci tengo a specificare che questo nuovo approccio non intende in alcun modo sminuire o annullare il valore della formazione. Studiare serve, eccome. È la base per qualsiasi cosa. Resta comunque interessante riflettere sul fatto che il percorso accademico oggi è solo uno dei tanti modi attraverso cui acquisire delle competenze, quindi non l’unico. Certo, per alcune professioni il titolo di studio è e resterà sempre imprescindibile (pensiamo ai ruoli regolamentati, per esempio), ma in molti altri ambiti l’approccio skills-first può essere vantaggioso.
Competenze centrali, beneficio collettivo.
Il primo vantaggio per le aziende è certamente quello di aprirsi a un bacino di talenti più ampio. Non si tratta più di cercare una persona perfettamente in linea con il ruolo, ma qualcuno che abbia le capacità per imparare, adattarsi e crescere. E questo cambia radicalmente il processo di selezione, perché consente alle imprese di individuare candidati che magari, sulla carta, non avrebbero superato il primo step. Secondo me è un approccio incredibilmente strategico, perché le aziende che guardano alle competenze reali ottengono team più dinamici e capaci di affrontare situazioni complesse.
Dal punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori, poi, i vantaggi sono altrettanto importanti. Prima di tutto, si aprono nuove possibilità professionali, anche in settori diversi da quello di provenienza. In secondo luogo, si vede riconosciuta qualsiasi esperienza pregressa, anche maturata in contesti informali. E riconoscere il valore delle competenze acquisite nel tempo significa valorizzare le persone nella loro interezza.
Se conta la pratica, cosa possono fare le aziende, in pratica?
Un cambiamento di questo tipo non modifica soltanto il modo in cui si leggono i curriculum: ha effetti profondi sull’intera organizzazione.
Il primo riguarda le Job Description, che diventano il punto di partenza di qualsiasi ricerca. Se il focus si sposta sulle competenze, allora gli annunci devono essere scritti in modo diverso: più chiaro e più aderente alle reali esigenze operative. Un dato interessante arriva da LinkedIn: gli annunci che indicano in modo preciso le competenze richieste ricevono l’11% di candidature in più. Probabilmente perché le persone si riconoscono più nelle proprie capacità concrete che in una generica “job description”.
Il secondo riguarda una delle sfide più strategiche per le HR: la gestione della mobilità interna e la mappatura delle competenze. Se iniziamo a selezionare guardando le competenze, dobbiamo anche imparare a valorizzare quelle già presenti in azienda. Significa pensare alle persone come a professionisti con capacità trasversali che possono evolvere e spostarsi dove sono più utili. Ed è qui che entra in gioco la mappatura delle competenze: una sorta di atlante interno che permette di capire quali skill sono presenti in azienda, quali mancano e come farle crescere. Ne derivano percorsi professionali più fluidi e personalizzati, che non dipendono solo da avanzamenti verticali, ma anche da movimenti orizzontali e interfunzionali.
È un approccio che richiede impegno, certo, ma che se attuato porta un enorme valore nel lungo periodo.
Conclusioni.
Quella delle skills-first non è una moda del momento, ma un modo più realistico e inclusivo di leggere il potenziale delle persone. Le aziende che iniziano oggi questo percorso costruiranno squadre più solide, più competenti e motivate domani.
Come sempre, il cambiamento richiede visione e cura: due elementi che, nel mio lavoro quotidiano, cerco di portare a ogni organizzazione che accompagno.
Vi auguro buone feste. All’anno prossimo.
Stefania
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