LABOR

Il tuo lavoro è anche il mio

Il lavoro a chiamata.

Cos’è e come funziona.

Con la bella stagione alle porte, e forse la prima estate normale che ci apprestiamo a vivere dopo tutte le restrizioni date dal Covid-19, torniamo a parlare di lavoro stagionale e delle forme contrattuali più opportune per questa specifica casistica. Già in un altro articolo di Labor, il blog sulla Consulenza del Lavoro, ho trattato questo argomento (se vi va di dargli una lettura, lo trovate qui). Questa volta, però, come suggerisce il titolo, vorrei soffermarmi in modo particolare su una specifica tipologia di contratto, molto diffusa proprio quando si parla di lavori stagionali o comunque di circostanze lavorative legate all’incertezza nella quantificazione a priori della prestazione: il lavoro intermittente, conosciuto anche con il nome di lavoro a chiamata (o job on call).

Nelle prossime righe analizzerò in modo semplice e schematico questa forma contrattuale, con lo scopo di aiutare aziende e datori di lavoro a costruire un quadro chiaro e di facile lettura.

Partiamo dalle basi: cos’è di preciso il lavoro a chiamata?

Il lavoro intermittente, o appunto a chiamata, è quella condizione lavorativa nella quale una persona mette a disposizione di un datore di lavoro  le sue competenze per lo svolgimento di prestazioni lavorative discontinue, sulla base delle esigenze individuate dai contratti collettivi. 

Quali caratteristiche deve avere la prestazione per poter essere definita legittimamente a chiamata?

Sono due le caratteristiche fondamentali che la prestazione deve avere affinché possa essere applicato il contratto di lavoro intermittente:

1. la prestazione deve avere carattere di discontinuità (o intermittenza), anche con la possibilità di svolgere le prestazioni in momenti predeterminati nell’arco della settimana, del mese o dell’anno;

2. la prestazione deve essere resa da persone con più di 55 e con meno di 24 anni di età o in alternativa rientrare in una delle mansioni definite discontinue e contenute nel R.D. 2657 (es. camerieri, personale di servizio e di cucina negli alberghi e nei ristoranti).

Quali sono i limiti esatti di tempo e quantità per la prestazione?

A eccezione di alcuni specifici settori, come turismo, pubblici esercizi e spettacolo, il lavoro a chiamata è ammesso per un periodo complessivamente non superiore a 400 giornate di lavoro nell’arco di 3 anni solari, per ciascun lavoratore nel rapporto con una stessa azienda. Nel caso in cui dovessero essere superati i limiti indicati, il rapporto si trasformerà automaticamente in un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Sono previsti obblighi e indennità?

In linea generale, nei periodi in cui non viene svolta la prestazione lavorativa, il lavoratore non matura alcun trattamento economico o indennità, salvo un esplicito impegno in contratto a restare a piena disposizione dell’azienda. In questo caso, la persona ha l’obbligo di rispondere sempre all’eventuale chiamata, nonché il diritto a ricevere un’indennità di disponibilità, nella misura stabilita dai relativi contratti collettivi.

Quando è vietato il lavoro a chiamata?

Ci sono alcuni casi in cui il lavoro a chiamata non è ammesso. Li riassumo di seguito:

  • non è ammesso per la sostituzione di lavoratori che esercitano il diritto di sciopero;
  • non è attuabile presso imprese nelle quali, nei sei mesi precedenti, ci sono stati licenziamenti collettivi che hanno riguardato lavoratori con le stesse mansioni;
  • non è attuabile presso aziende nelle quali sussistono sospensioni del lavoro o una riduzione dell’orario in regime di cassa integrazione che interessano lavoratori con le stesse mansioni
  • non è permesso a datori di lavoro che non abbiano effettuato la valutazione dei rischi secondo la normativa di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Cosa deve fare il datore di lavoro per attivare il contratto di lavoro a chiamata?

Tra gli obblighi del datore di lavoro per l’avvio di un contratto intermittente, c’è innanzitutto la comunicazione dell’assunzione al Centro per l’Impiego tramite il consueto modello UNILAV, da inviare entro il giorno antecedente l’instaurazione del rapporto di lavoro. In aggiunta, prima dell’inizio della prestazione lavorativa (quindi anche il giorno stesso), il datore di lavoro è tenuto a inviare la comunicazione UNIINTERMITTENTE. Nella comunicazione, oltre i dati identificativi della risorsa, dovranno essere indicati la data di inizio e la data di fine della prestazione. Non dovranno essere indicate le ore presunte di lavoro che verranno direttamente quantificate in sede di predisposizione della busta paga.

Le modalità di invio (alternative tra loro) del modello UNINTERMITTENTE sono le seguenti:

  • caricamento della documentazione sul portale ClicLavoro;
  • invio di una mail all’indirizzo PEC intermittenti@pec.lavoro.gov.it;
  • invio di un SMS al numero 339.9942256 con il codice fiscale del lavoratore;
  • tramite apposita app;
  • tramite web app LAC – Lavoro a Chiamata accessibile al seguente indirizzo www.lavoroachiamata.com

Quest’ultima modalità risulta essere a oggi la più pratica e sicura e può essere utilizzata in totale autonomia anche dai datori di lavoro e non solo dai loro consulenti.

Nel caso di mancato invio della comunicazione, è prevista una sanzione amministrativa che va da un minimo di 400 euro fino a un massimo di 2.400.

Retribuzione del lavoratore intermittente.

La persona assunta con un contratto di lavoro a chiamata ha diritto a una retribuzione pari almeno a quella percepita dal lavoratore dello stesso livello che svolge mansioni analoghe.

Quali sono i settori in cui è più diffuso?

Concludiamo questa panoramica sul contratto di lavoro intermittente, citando alcuni dei settori nei quali è più diffuso e applicato, così da avere un quadro completo in merito:

  • spettacoli ed eventi;
  • stabilimenti balneari;
  • ristorazione;
  • turismo;
  • barbieri e parrucchieri;
  • trasporti.

Grazie ancora una volta per esservi affidati a Labor per saperne di più sulla Consulenza del Lavoro.

Al prossimo articolo.

Stefania

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